Chi segue un impianto fotovoltaico conosce la scena. Il portale dell’inverter manda un codice, poi un altro, poi lo stesso di prima. Dopo qualche settimana gli avvisi finiscono in una cartella che nessuno apre, e il guasto vero, quando arriva, passa insieme agli altri. Il problema non è avere troppi allarmi. È avere allarmi che non dicono abbastanza per decidere.
Le quattro cose che un allarme deve dire
Dove. Non basta il nome dell’apparato. Serve sapere su quale fabbricato si trova, quale ingresso e quale stringa sono coinvolti, perché chi sale sul tetto deve sapere dove andare.
Quanto costa. Un inverter fermo a mezzogiorno di un giorno lavorativo costa più dello stesso fermo di domenica, e una stringa scollegata costa poco all’ora ma per mesi. Senza una cifra in euro tutti gli allarmi sembrano uguali, e si interviene per ordine di arrivo invece che per importanza.
Perché. La causa più probabile, con i valori misurati al momento in cui è scattato. Una temperatura, una tensione, un isolamento sceso sotto la soglia. Un codice numerico da cercare nel manuale non è una causa.
Cosa fare. Cosa controllare per quel tipo di guasto e, se è già successo, come si è risolto le altre volte sullo stesso apparato.
Quando un allarme mente
Ci sono tre errori che fanno perdere fiducia negli allarmi più di qualunque altra cosa.
Confondere un dato mancante con un guasto. Se lo strumento smette di comunicare, non sai cosa sta facendo l’impianto. Scrivere che è fermo, o contare quelle ore come produzione persa, significa mandare qualcuno a cercare un guasto che magari non c’è. Il dato mancante va segnalato per quello che è.
Dare un costo a ciò che non costa. Su un impianto a cui la rete limita l’immissione, un inverter fermo nelle ore di taglio può non togliere nulla, perché quell’energia sarebbe stata comunque tagliata. L’allarme deve scattare lo stesso, perché il guasto va riparato, ma la cifra onesta è zero.
Chiudere per stanchezza. Un guasto si chiude quando la misura rientra. Un calo di prestazioni invece non si chiude con il passare del tempo, perché il silenzio non dimostra niente. Si chiude solo quando i dati dicono che l’impianto rende di nuovo come dovrebbe.
Uno o mille?
Un apparato che va e viene può generare centinaia di avvisi in un mese. Contarli uno per uno gonfia i numeri e nasconde la realtà, che è un problema solo, mai risolto. Il modo giusto di guardarli è per episodio, con il numero di volte che si è ripresentato.
A volte però la ripetizione è la diagnosi. Prendi per esempio un inverter che si ferma e riparte sei volte in un’ora, una volta ogni dieci minuti esatti. Fondere quegli avvisi in un solo guasto di sessanta minuti racconterebbe una cosa mai successa e nasconderebbe l’indizio più utile, cioè un ritmo così regolare che fa pensare a una protezione che interviene o a un comando ripetuto, più che a un guasto casuale.
Come dare le priorità
Ordinare per numero di allarmi mette in cima venti avvisi da dieci minuti e in fondo un guasto lasciato aperto per una settimana. Conviene guardare tre cose insieme.
- Quanto costa adesso, all’ora, per ogni allarme aperto.
- Da quanto è aperto, per separare il guasto di oggi da quello che si trascina.
- Quanto tempo in allarme, in ore e non in numero, per tipo di guasto.
Le cifre all’ora non vanno sommate fra loro. Due inverter fermi sullo stesso impianto non tolgono due volte la stessa energia.
Vederlo sul sito
Un allarme si capisce meglio dove è successo. Sulla mappa del sito, con i fabbricati, i pannelli, gli inverter e i cavi al loro posto, il guasto non è più una riga in una tabella. È un punto rosso su un tetto preciso, con accanto quanto costa e cosa controllare. Ensei funziona così, e ogni allarme porta con sé dove, quanto, perché e cosa fare.

